Il miracolo della ruspante Mariastella

Quando Mariastella Gelmini, giovane e semisconosciuta titolare del ministero della Pubblica istruzione, ha annunciato il proposito di riformare il sistema scolastico, introducendo criteri di selezione per merito e restaurando il minimo di ordine e di disciplina necessari, in pochi avrebbero scommesso sulla riuscita del suo disegno.
11 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 17:34
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Per giunta mancava il tradizionale lubrificante economico che aveva in passato accompagnato i tentativi di riforma della scuola e dell’Università, a causa della situazione del debito pubblico che induceva il Tesoro a stringere i cordoni della borsa chiedendo insistentemente risparmi e abolizione degli sprechi. Gli scenari che venivano disegnati sei mesi fa erano apocalittici. C’era chi parlava di una riedizione del movimento di contestazione universitaria di quarant’anni fa, con tanto di scontri violenti e morti sulle piazze; si è delineata in una certa fase una saldatura di tutte le componenti con un movimento giovanile insensatamente mobilitato a difesa delle gerarchie accademiche immobiliste; sulla scuola è stato proclamato l’ultimo sciopero generale unitario di tutte le confederazioni, dal quale poi si sono ritirati all’ultimo momento i sindacati moderati. Invece, in un tempo incredibilmente breve, la legge di riordino dell’Università è stata approvata, la maggioranza ha ritrovato la sua compattezza, i movimenti si sono dispersi in rivoli agitatori ma irrilevanti, le rappresentanze accademiche, come quelle sindacali, si sono divise tra quelle che cercano un punto di equilibrio e di compromesso ragionevole all’interno del disegno riformatore, che sono la maggioranza, e quelle che persistono in un fronte del rifiuto privo, in questo come in tanti altri campi, di sbocchi concreti.
Che cosa ha permesso che si realizzasse questa specie di miracolo politico? In primo luogo una certa umiltà, che ha indotto il ministro a non inseguire l’obiettivo di una ennesima riforma globale, costruita come una cattedrale, del tipo di quella di Giovanni Gentile, appoggiata sui pilastri di una concezione complessiva, organica ma autoritaria, del principio educativo. Mariastella Gelmini non è un filosofo e non aspira ad esserlo, ma ha un’idea abbastanza chiara di quali sono i mali che affliggono la scuola e l’Università in Italia: la sostituzione della catena delle responsabilità reciproche con quella del facilismo che porta a non giudicare per non essere giudicati, non in senso evangelico, ma più pedestremente per sfuggire al compito di operare la selezione meritocratica per evitare di essere sottoposti al simmetrico giudizio sulla propria capacità e adeguatezza.
Qui sta l’altra virtù del ministro, la tenacia con la quale ha continuato a perseguire i suoi obiettivi di buon senso, con tutta la pazienza e la disponibilità all’ascolto necessarie, senza cedere mai alla paura dell’impopolarità o alla soggezione nei confronti dei presunti soloni che si stracciavano le vesti un giorno sì e un giorno no scandalizzandosi per la semplicità disarmante delle sue proposte. Infine, ma non per ultimo, va ricordato il peso che sul sistema italiano esercita il blocco ormai pluridecennale della selezione meritocratica che ha ingessato i processi di promozione sociale, ovviamente a vantaggio dell’autoriproduzione delle caste dominanti e spesso parassitarie, a svantaggio dei “capaci e meritevoli” di cui parla la Costituzione. Avere, tra l’altro, disboscato il sistema di autoconvalida cooptatoria delle élite accademiche, indipendentemente dalle scelte tecniche adottate, che potranno eventualmente essere perfezionate dopo la prima fase di sperimentazione, risponde a un’esigenza reale e profonda della società italiana, poco avvertita dall’interno delle corporazioni, ma che è stata la spinta politica fondamentale dell’azione di un ministro che ha il pregio di non venire dall’accademia ma di aver razzolato nella ruspante società padana.